Prevenzione Diabete: Come Combatterlo ed Evitarlo grazie all’alimentazione

Prevenire il diabete è possibile grazie ad una corretta alimentazione, ma qual è il motivo per cui il livello di glucosio può crescere a dismisura nel sangue?

Il diabete è una patologia anche ereditaria, quest’ultima malattia si manifesta e si suddivide in tre tipologie:

  1. Diabete di tipo 1
  2. Diabete di tipo 2
  3. Diabete gestazionale

Cos’è il diabete di tipo 1 e come si combatte

La tipologia più rara di diabete che possa esistere. Può avvenire nel 10% di tutte le persone affette da tale malattia, il tipo 1 è definito infatti “autoimmune“.

Questo perché il sistema autoimmunitario erroneamente annienta le ß-cellule, di conseguenza all’interno dell’organismo non viene prodotta alcuna insulina.

Purtroppo il diabete di tipo 1 si verifica soprattutto durante l’età adolescenziale o infantile, fin da subito si è costretti a iniettarsi insulina nell’ormone, per ogni giorno della nostra vita.

Cos’è il diabete di tipo 2 e come si combatte

Quello più comune è il diabete di tipo 2, che sfortunatamente colpisce il 90% della gente affetta da tale malattia cronica. In questo caso l’insulina è presente, ma non funziona come dovrebbe.

Prevenirlo o combatterlo potrebbe richiedere molto tempo, la soluzione potrebbe essere quella di tenere il corpo in allenamento facendo attività fisica o perdere peso qualora ci sia un eccesso di grasso.

Diabete gestazionale per donne in gravidanza

Il diabete gestazionale capita ad un minima percentuale di donne gravide. Avviene nel momento in cui si presenta un alto livello di glucosio all’interno del corpo, ovvero nel sangue.

Prevenzione diabete: corretto piano alimentare e tanto sport

Sport e corretta alimentazione sono sempre state le soluzioni più efficaci per la maggior parte dei problemi. Anche in questo caso potrebbero aiutare alla prevenzione del diabete.

È opportuno rivolgersi a un bravo diabetologo che sappia stilare un piano alimentare in base al soggetto affetto da tale malattia. Ecco alcune regole standard per prevenire la malattia:

  • Mantenere un peso forma giusto e adeguato;
  • Consumare cibi aventi carboidrati che non superino il 50% delle calorie totali giornaliere. Dare maggior priorità a quelli complessi, coon assorbimento moderato (legumi, cereali) ed evitare quelli semplici come succhi di frutta, zucchero, bevande con tanto zucchero, caramelle e miele.
  • Consumare tanta fibra, specialmente quella idrosolubile, che si trova nella verdura e nei legumi.
  • Mangiare la frutta lontano dal pranzo o dalla cena, evitando maggiormente quella con più zucchero come banana, uva, ananas e anguria.
  • Mangia pasti contenenti proteine, variando tra legumi, pesce, uova e carne.
  • Utilizzare condimenti semplici e leggeri, senza dimenticare l’uso del succo di limone e di alcune spezie per sostituire il sale.

Come ultimo step abbinato al piano alimentare, vi è lo sport. Fare attività fisica riduce il rischio di forti cause che il diabete può provare, tra i tanti benefici:

  • Aiuta ad avere un peso nella norma;
  • Aumenta la possibilità di avere più insulina nel sangue;
  • Abbassa la glicemia;
  • Aumenta il colesterolo buono (HDL) e abbassa la pressione arteriosa;

Ovviamente tutto ciò dev’essere prescritto da un diabetologo che sappia personalizzare il piano in base al soggetto e alle sue patologie.

Pirosi gastrica: cos’è? Sintomi e trattamento

Proponiamo un approfondimento sulla pirosi gastrica: di cosa si tratta? Come si manifesta e in cosa consiste la terapia?

Il bruciore di stomaco è un disturbo molto comune. La sua principale causa è il reflusso gastroesofageo. Altri fattori scatenanti includono l’ernia iatale e la gravidanza. Oltre alla cura farmacologica, per alleviare il sintomo si consiglia di adottare uno stile di vita sano.

Cos’è la pirosi gastrica?

La pirosi gastrica o più comunemente il “bruciore di stomaco”, è una condizione che può avere diverse entità. Il più delle volte è associata al reflusso gastroesofageo o ad altre affezioni dello stomaco come l’indigestione. Il suo sintomo tipico è appunto la sensazione di bruciore allo stomaco, spesso accompagnato dal rigurgito acido. Questo disturbo colpisce un’alta percentuale di persone, compresi i bambini.

Quali sono le cause della pirosi gastrica?

Le cause della pirosi gastrica possono essere infinite. Come già detto, i fattori determinanti sono generalmente la risalita dei succhi gastrici dallo stomaco all’esofago o altri disturbi che hanno a che fare con l’intestino, per esempio l’indigestione. La pirosi gastrica può anche dipendere da altri fattori, fra cui:

  • Gravidanza;
  • Obesità;
  • Ernia iatale;
  • Tabacco;
  • Fattori psichici come lo stress;
  • Alcuni alimenti come gli agrumi;
  • Alcuni farmaci come la tetraciclina;
  • Altre malattie dell’apparato digerente.

Quali sono i sintomi della pirosi gastrica?

Il principale sintomo della pirosi gastrica è il bruciore di stomaco che si verifica per più tempo (più di una settimana). Altre manifestazioni dipendono dal tipo di patologia presente e possono includere:

  • Nausea e vomito;
  • Dolore e soffocante al petto;
  • Perdita di peso improvvisa;
  • Difficoltà a deglutire;
  • Eccesso di tosse notturna.
  • Disfonia (perdita di voce o raucedine).

Come si cura la pirosi gastrica?

A meno che non vi sia una grave patologia allo stomaco, la pirosi gastrica è un disturbo di lieve entità e per questo, facilmente trattabile. Grazie ai progressi della medicina e della ricerca, attualmente abbiamo diverse possibili cure per la pirosi gastrica.

Il principale obiettivo del trattamento contro il bruciore di stomaco è ottenere sollievo e migliorare la qualità di vita del paziente.

La cura include raccomandazioni sullo stile di vita, sulle misure igieniche e sulle misure dietetiche, nonché un trattamento farmacologico (farmaci antiacidi).

Come prevenire la pirosi gastrica?

Pirosi gastrica: cosa mangiare? Sono in molti a porsi questa domanda. In linea di massima, è sufficiente evitare i cibi ricchi di grassi, i cibi acidi e i cibi fermentati come i cereali. Infine, ai pazienti che soffrono di pirosi gastrica si consiglia:

  • Evitare l’uso di tabacco, sigarette e alcol;
  • Non utilizzare abbigliamento stretto;
  • Non sdraiarsi dopo un pasto (attendere 2 ore);
  • Non fare esercizio fisico dopo aver mangiato;
  • Mangiare lentamente masticando bene il cibo;
  • Evitare lo stress.

Dispareunia femminile: 4 cause possibili

In seguito proponiamo un approfondimento sulla dispareunia: cos’è, quali sono le cause più comuni e come trattarla.

Il dolore durante i rapporti sessuali è un disturbo che colpisce maggiormente le donne. Fra le cause più comuni troviamo l’atrofia vulvare e alcune malattie della pelle come la psoriasi. Talvolta l’utilizzo di gel lubrificanti può aiutare a risolvere il problema.

Cos’è la dispareunia?

La dispareunia è un disturbo sessuale caratterizzato dalla sensazione di dolore genitale durante i rapporti intimi. Questa condizione può interessare sia uomini che donne, anche se colpisce in misura maggiore il genere femminile. Nelle donne le aree più affette sono la vulva, il vestibolo, l’interno della vagina e il perineo.

Quali sono le cause della dispareunia?

Sebbene le cause della dispareunia siano diverse, vediamo le cinque più comuni:
1. Atrofia vulvare
Durante la menopausa, la produzione ovarica di estrogeni diminuisce, il che fa sì che il tessuto vaginale sia più sottile, meno lubrificato ed elastico. Il risultato è secchezza nelle parti intime, bruciore all’apertura della vagina, prurito e dunque dispareunia.
2. Vestibolodinia
In alcuni casi la dispareunia profonda può essere il risultato della vestibolodinia, una sindrome che colpisce il vestibolo della vagina. Tra le sue cause vi sono la proliferazione delle cellule infiammatorie e la debolezza dei muscoli del pavimento pelvico.
3. Malattie della pelle
Alcune malattie della pelle come la psoriasi e l’eczema, possono attaccare la pelle genitale generando dispareunia.
4. Problemi psicologici
Stress, ansia e depressione sono fattori che talvolta impediscono il godimento del sesso, al punto di scatenare il vaginismo. Questo disturbo consiste nella contrazione involontaria dei muscoli vaginali accompagnato da fastidi intimi come dolore, bruciore e prurito.

Come curare la dispareunia?

Il trattamento della dispareunia dipenderà chiaramente dalla sua causa scatenante. Quando il disturbo è il risultato di una lubrificazione insufficiente può essere trattato con estrogeni topici. Anche l’uso di un gel intimo può migliorare la dispareunia e rendere più piacevole il rapporto sessuale. Se il dolore è dipeso dalla presenza di una qualsiasi forma di vulvodinia come la vestibolodinia, può essere trattato utilizzando cortisoni ed effettuando gli esercizi del pavimento pelvico (esercizi di Kegel). Invece, in presenza di malattie della pelle come la psoriasi vulvare o la dermatite delle grandi labbra, è possibile ricorrere ad apposite creme, unguenti e simili. In ultimo, se la diagnosi è quella di dispareunia psicologica, può essere utile il supporto psicologico o la terapia sessuale.

Celiachia: sintomi, cause, diagnosi e trattamento

Cos’è la celiachia? Quali sono i suoi sintomi? Quali le cause che la provocano? Come avviene la diagnosi? Rispondiamo subito a queste importanti domande. 

L’intolleranza al glutine è responsabile dei danni a carico della mucosa intestinale. A volte la malattia può presentarsi con diversi sintomi come diarrea e mal di pancia, altre volte invece è silente oppure i fastidi appaiono in età adulta. La dieta senza glutine è l’unica strada possibile per la cura.

Cos’è la celiachia?

La celiachia è una malattia del sistema immunitario causata da un’intolleranza al glutine, una proteine presente nel grano, segale, farro, orzo e altri cereali. Quando il glutine viene ingerito, il sistema immunitario si attiva per distruggerlo, favorendo la produzione di anticorpi che irritano e danneggiano la mucosa intestinale. La malattia è frequente e può manifestarsi a qualsiasi età.

Quali sono i sintomi della celiachia?

Innanzitutto ricordiamo che è possibile avvertire i sintomi in qualsiasi momento della vita, anche se alcune persone con celiachia, possono non sviluppare fastidi. Alcuni bambini avvertono i segni sin dal primo giorno di esposizione al glutine, mentre altri li sviluppano solo dopo aver mangiato glutine per anni. I sintomi più comuni sono: diarrea, crampi addominali e perdita di peso. La metà degli adulti affetti dalla malattia non presentano sintomi intestinali, lamentando piuttosto stanchezza, disturbi psicologici (depressione), dolori ossei, ulcere in bocca o eruzioni cutanee sulla pelle.

Quali sono le cause della celiachia?

Sebbene ad oggi le cause della malattia restino sconosciute, i medici ipotizzano vi sia una certa influenza ereditaria. Infatti, la celiachia tende a manifestarsi nelle famiglie in cui esistono già persone affette. Va inoltre tenuto presente che il rischio aumenta in presenza di alcune malattie autoimmune e cromosomiche come la sindrome di Down.

Come avviene la diagnosi di celiachia?

Solitamente la diagnosi inizia con un semplice esame del sangue che misura il livello di alcune proteine che rivestono l’intestino e di determinati anticorpi: transglutaminasi anti-tissutale, anticorpi anti-endomisio e anticorpi antigliadina. Se vengono riscontrati alti livelli, il medico quasi certamente effettuerà una biopsia dell’intestino tenue.

Come viene trattata la celiachia?

Quando viene diagnosticata la celiachia, il medico raccomanderà al paziente una dieta rigorosamente priva di glutine, che dovrà essere seguita a vita. Un altro aspetto importante del trattamento è l’adeguato apporto di vitamine e minerali. Potrebbe essere necessario infatti assumere compresse di ferro, integratori di acido folico (specialmente in gravidanza) e calcio.

Acido folico in gravidanza: una vitamina preziosa

Assumere acido folico in gravidanza è fondamentale per la corretta formazione del feto. In seguito daremo maggiori informazioni sull’argomento in questione.

L’acido folico è una vitamina del gruppo B necessaria per la formazione dei globuli rossi, dei globuli bianchi, per il corretto funzionamento del fegato e del sistema nervoso. Per prevenire i difetti del tubo neurale nel feto, è particolarmente importante assumerlo già prima del test positivo. Questo perché malformazioni del genere, hanno origine durante le prime 4 settimane di gravidanza.

Quando iniziare l’acido folico in gravidanza?
Come già detto, in gravidanza l’acido folico non deve mai mancare. Ma quando bisogna assumerlo? Il periodo ideale per questa integrazione farmacologica è di almeno due mesi prima l’inizio della gestazione, fino alla dodicesima settimana. Il tubo neurale è la parte dell’embrione da cui si formano il cervello e il midollo spinale e inizia a formarsi durante il primo mese di gravidanza.

Perchè è importante assumere l’acido folico?
Se durante le divisioni cellulari si verifica un qualsiasi tipo di anomalia, i rischi possono essere piuttosto gravi. In maggioranza, questi possono riguardare difetti nel cervello e nel midollo spinale. Le due anomalie più frequenti legate alla carenza di acido folico in gravidanza sono la spina bifida e l’anencefalia. Altri difetti congeniti possono essere il labbro leporino, la palatoschisi e alcuni problemi cardiaci.

Qual’è il corretto dosaggio di acido folico?
A tutte le donne che cercano di rimanere incinte si raccomanda un supplemento vitaminico pari a 400 mcg al giorno di acido folico. La dieta dovrebbe includere tutti quegli alimenti ricchi di folati ad esempio la frutta preferibilmente banane e meloni, la verdura da prediligere spinaci e broccoli, i legumi e gli agrumi. Per quanto riguarda la modalità di assunzione di acido folico in gravidanza, preferire il mattino a stomaco vuoto, così da favorire il suo corretto assorbimento.

Colposcopia: cos’è e come si esegue?

Cos’è una colposcopia? Come avviene l’esame? E’ doloroso? In seguito rispondiamo alle domande più frequenti sul test impiegato per il cancro del collo dell’utero.

L’esame consiste in un’attenta esplorazione del collo dell’utero attraverso uno strumento chiamato colposcopio. Se il medico riscontra la presenza di nuclei sospetti, potrebbe essere necessaria la biopsia del tessuto cervicale. La procedura dura qualche minuto e non è dolorosa.

Cos’è una colposcopia?

La colposcopia è un tipo di test utile a rilevare il cancro cervicale o altre malattie a carico dell’apparato genitale femminile. Il più delle volte viene effettuato a seguito di un pap test che ha riscontrato la presenza di cellule anomale o potenzialmente anomale nel collo dell’utero. Mediante questo test il medico ottiene un’ampia visuale della cervice e se riscontra alterazioni, può procedere all’asportazione di un campione di tessuto cervicale da analizzare con biopsia.

Come si fa la colposcopia?

La colposcopia è una prestazione ambulatoriale svolta da un ginecologo. Durante l’esame il medico inserisce lo speculum vaginale e separa le pareti in modo che il collo dell’utero possa essere esplorato bene. Successivamente la cervice viene impregnata con una soluzione simile all’aceto in modo da facilitare l’osservazione delle cellule anormali. A questo punto i nuclei vengono analizzati con il colposcopio, uno strumento simile ad un binocolo e dotato di una fonte di luce. Se il medico nota alterazioni rimuove un piccolo campione di tessuto e lo invia ad un laboratorio per la biopsia. La durata della colposcopia è molto breve, in genere richiede solo 5-10 minuti.

La colposcopia è dolorosa?

In realtà si tratta di un esame sicuro e indolore. Il paziente potrebbe sentire una certa pressione quando lo speculum è inserito, ma nulla di eccessivamente insopportabile. Si potrebbe provare un po di disagio nel caso in cui si proceda con l’asportazione di un campione cervicale. La maggior parte dei pazienti lo descrivono come una puntura affilata o un qualcosa di simile ai dolori mestruali. Inoltre, si potrebbe avere qualche perdita vaginale scura alcuni giorni dopo l’asportazione.

Come prepararsi alla colposcopia?

La colposcopia non richiede alcuna particolare preparazione da parte del paziente ma solo qualche indicazione da seguire per facilitare il processo. Nello specifico si consiglia di programmare l’esame lontano dal periodo mestruale. In questo modo sarà più semplice osservare la cervice. Inoltre è bene non utilizzare tamponi o farmaci per via vaginale nelle 48 ore prima dell’appuntamento medico.

Sangue nelle feci

Sangue nelle feci: le cause più frequenti
Trovare del sangue nelle feci è un episodio piuttosto frequente. A causarlo potrebbero essere le emorroidi, le ragadi o patologie più gravi come il tumore al retto. In seguito approfondiamo meglio l’argomento.

1. Le emorroidi
Le emorroidi sono più comuni nelle persone con stitichezza e insorgono a causa della dilatazione delle vene del plesso emorroidario. Oltre al sangue nelle feci, le emorroidi provocano sintomi poco piacevoli come intenso prurito, dolore durante la defecazione e gonfiore nella regione anale.

2. Le ragadi anali
Nonostante siano più rare delle emorroidi, anche le ragadi possono colpire la persona affetta da stipsi. Queste consistono in piccole ferite che si formano attorno all’ano e che possono sanguinare al momento della defecazione. Altri sintomi che possono insorgere con le ragadi sono dolore e prurito in sede anale.

4. Diverticolite
Questa patologia è più comune dopo i 40 anni e si verifica a causa di un’infiammazione ai diverticoli che sono piccole pieghe della parete intestinale. Oltre al sangue nelle feci la diverticolite può provocare crampi al basso ventre, nausea, vomito e persino febbre.

5. La malattia di Crohn
La malattia di Crohn è un problema grave e cronico. Si tratta di un’intensa infiammazione intestinale causata dalla debolezza del sistema immunitario. Spesso v’è un periodo senza “sentori” che può durare anche anni. Quando appaiono, i sintomi possono essere molteplici, come diarrea costante, mancanza di appetito, perdita di peso, forti crampi addominali e sangue nelle feci.

6. Tumore al colon
In rari casi la perdita di sangue può essere un segno del tumore al retto. Solitamente, a questo episodio si accostano altri importanti sintomi come episodi di stitichezza alternati a diarrea, anemia e dispnea.

Quando rivolersi al medico:
Indipendentemente dalla causa, è importante consultare un medico quando:
• V’è sangue nelle feci da più di 1 settimana;
• La quantità di sangue aumenta nel tempo;
• Si presentano altri sintomi come un forte dolore alla pancia, febbre, stanchezza ricorrente o perdita di appetito.

Quali sono i principali danni dell’alcol?

Se consumato con moderazione, l’alcol può essere goduto senza conseguenze importanti. Ma cosa succede quando si passa da un bicchiere a una bottiglia? Quali sono i danni provocati dall’alcol nel nostro organismo?

I bevitori presentano un rischio di morte maggiore rispetto agli astemi. Dire basta all’alcol è una delle sfide più ardue da affrontare ma è anche la scelta più coraggiosa che ogni uomo dovrebbe fare: smettere potrebbe salvare la vita. Cardiomiopatia, depressione, malattie epatiche, pancreatite, diabete e caduta dei capelli, sono solo alcuni dei rischi legati all’abuso di alcol.

Gli effetti dell’alcol sul sistema cardiovascolare
Grazie alle sue proprietà antiossidanti, gli esperti consigliano di consumare un bicchiere di vino al giorno per evitare le malattie a carico del cuore. Ma quando l’uso moderato diventa un abuso tutto cambia. Nel corso del tempo, i danni dell’alcol sul cuore sono drammatici. Basti pensare che l’etanolo indebolisce il muscolo cardiaco determinando un flusso sanguigno irregolare. I bevitori assidui di alcol spesso soffrono di una condizione nota come “cardiomiopatia”. Si tratta di una malattia che compromette il tono muscolare del cuore influenzando la sua capacità di pompare il sangue al resto del corpo. Le conseguenze sono: respiro corto, aritmia, stanchezza e tosse persistente. Oltre a ciò, ricordiamo che l’alcol aumenta il rischio di ipertensione e infarto cardiaco.

Gli effetti dell’alcol sul cervello
Al di là del sentimento iniziale di euforia, i danni dell’alcol sul cervello possono essere molto dannosi. Rallentando la ripartizione delle informazioni tra i neurotrasmettitori, l’etanolo presente nelle bevande alcoliche può intaccare diverse aree del cervello. Tipici danni dell’alcol a lungo termine sono ad esempio la depressione, gli stati d’ansia, le allucinazioni e le convulsioni. Inoltre, l’alcolismo combinato con una dieta povera può scatenare la sindrome di Wernicke-Korsakoff, una forma di disturbo psicologico caratterizzato da perdita di memoria, deliri, perdita di coordinazione muscolare e incapacità di consolidare nuove memorie. Gli studi scientifici non escludono una possibile connessione tra alcol e ischemia cerebrale.

Gli effetti dell’alcol sul fegato
Veniamo ora al danni dell’alcol sul fegato, un organo essenziale per il corretto funzionamento di specifiche funzioni quali la digestione del cibo, l’assorbimento dei nutrienti, il controllo delle infezioni e il rilascio di tossine. Compromettere uno di questi passaggi potrebbe essere letale. Secondo alcuni studi scientifici, la metà dei decessi dovuti a cause epatiche sono legati all’alcolismo e inoltre, un terzo dei trapianti di fegato è il risultato di malattie legate al consumo di alcol.

Gli effetti dell’alcol sul pancreas
Eccedere con le quantità di alcol è nocivo anche per il pancreas. I danni dell’alcol su questo organo riguardano in particolare la pancreatite acuta, ovvero l’infiammazione a carico del pancreas che può portare al diabete e persino alla morte. I sintomi della pancreatite includono dolori addominali, nausee, vomito, aumento della frequenza cardiaca, diarrea e febbre.

Gli effetti dell’alcol sui reni
Dal fegato l’alcol passa ai reni provocando un potente effetto diuretico. Ma questi organi da soli non sono in grado di compiere il loro lavoro, cioè di regolare il flusso e la composizione dei fluidi corporei, compresa la distribuzione degli ioni di sodio, del potassio e del cloruro. Come risultato si avranno reni appesantiti e nel peggiore dei casi, il rischio è di insufficienza renale.

Gli effetti dell’alcol sui polmoni



Uno degli effetti più dannosi dell’alcool sui polmoni è che genera una mancanza da glutatione, un antiossidante importantissimo. Col passare del tempo questa carenza indebolisce i polmoni e facilita la comparsa di malattie come la polmonite, la bronchite e broncopolmonite. Alcune ricerche hanno inoltre dimostrato che l’abuso di alcol promuove il manifestarsi della sindrome respiratoria acuta grave (SARS), una malattia virale che può causare la morte.

Gli effetti dell’alcol sulla pelle
Infine vediamo quali sono i danni dell’alcol sulla pelle. In primo luogo, ricordiamo che l’etanolo produce un deficit di vitamina A, con conseguente lassità cutanea, comparsa di rughe e invecchiamento precoce della pelle. La ritenzione di liquidi generata da alcune bevande alcoliche favorisce la comparsa di vene varicose e la dilatazione dei vasi sanguigni. Altre conseguenze sono l’aggravamento di alcune malattie della pelle come l’acne, la rosacea, la dermatite, l’orticaria e la psoriasi. Anche l’indebolimento e la caduta dei capelli trovano una connessione con l’eccesso di bevande alcoliche.

Cos’è l’alluce valgo

Alluce valgo: come riconoscerlo e cosa fare
Cos’è e cosa fare in caso di alluce valgo? Come alleviare il dolore? Esiste una terapia risolutiva? Scopriamolo insieme proseguendo nella lettura del seguente articolo.

Cos’è l’alluce valgo
L’alluce valgo è una deformazione articolare che interessa il primo dito del piede, molto comune negli adulti e negli anziani. I più colpiti hanno solitamente più di 40 anni e la maggior parte di loro sono donne, poiché si tratta di una malattia correlata al tipo di calzature. Nel corso dello sviluppo della patologia, il metatarso inizia a girare verso l’interno, provocando una sorta di allargamento alla base dell’alluce chiamato “borsite”. Durante la fase acuta della patologia, attività come camminare, correre, scendere o salire le scale possono essere dolorose. Nei casi più significativi, è necessario un intervento chirurgico all’alluce.

Cause dell’alluce valgo
Prima di capire cosa fare in caso di alluce valgo, conosciamo le cause associate alla patologia in questione. Ricordiamo innanzitutto che il fattore ereditario gioca un ruolo significativo in questo senso, inoltre, sembrerebbe che le persone con il piede piatto abbiano maggiori probabilità di sviluppare la patologia. La comparsa dell’alluce valgo può anche essere dovuta alla dislocazione delle ossa sesamoidi che sono molto piccole e che costituiscono il punto di appoggio dell’avampiede. Anche la calzatura è una potenziale causa dell’alluce valgo, specialmente l’utilizzo delle scarpe a punta. Infatti alla base della deformità ossea del piede v’è molto spesso l’utilizzo delle décolleté.

Cure dell’alluce valgo
Dunque, cosa fare in presenza di alluce valgo? Di primaria importanza è senz’altro la scelta delle calzature. Generalmente le scarpe da ginnastica sono la migliore soluzione in quanto permettono di controllare il movimento del piede e minimizzare lo stress dei tessuti. Anche l’uso quotidiano di cerotti, plantari ortopedici o divaricatori in gel è raccomandato, più che altro per ridurre la sintomatologia. Seppur raro, l’unico trattamento in grado di riportare l’alluce in asse è l’intervento chirurgico con anestesia locale. Non esiste un metodo d’intervento universale: ogni chirurgo ortopedico in base allo stato del piede, seguirà la tecnica che riterrà più idonea.

Ischemia midollare: facciamo un po di chiarezza

Che cos’è l’Ischemia Midollare

Seppur rara, la condizione che stiamo trattando merita un’attenzione “prioritaria” in quanto piuttosto pericolosa e debilitante. L’ischemia midollare è la conseguenza di un brusco calo della pressione sanguigna nel cervello in cui l’organo particolarmente coinvolto è appunto, il midollo. L’assenza di ossigeno ovviamente, causa al nostro corpo determinate conseguenze non di poco conto. In questo caso, si avrà una concentrazione di ossigeno talmente bassa o addirittura assente da portare il centro cardiaco e vasomotorio a risentirne pesantemente. A seguito di un’ischemia, in base alla gravità della situazione, il midollo potrebbe ridurre la sua funzionalità del 50%, o addirittura del 100%.

In linea di massima, è possibile elencare due tipi di ischemia midollare:

* Permanente: nel caso in cui l’afflusso sanguigno si protrae per troppo tempo, mettendo seriamente a rischio la funzionalità degli organi interni;

* Temporanea: ovvero, quando l’afflusso sanguigno si determina in un tempo preciso. In questo caso, le conseguenze sono considerate minori e i pazienti ristabiliranno quasi del tutto le loro funzionalità.

I Sintomi dell’Ischemia Midollare

I sintomi per riconoscere l’ischemia in questione si concentrano maggiormente sulla schiena. In particolare, nei primi minuti dell’ischemia midollare, possiamo avvertire una sorta di impedimento muscolare nella zona lombare seguito da debolezza flaccida. Il dolore alla schiena potrebbe essere lancinante e paralizzante per il soggetto. La sintomatologia prevede anche la comparsa di ipostenia flaccida segmentaria bilaterale. Inoltre, si aggiunge un notevole calo della sensibilità, compresa la capacità di sentire il caldo e il freddo. È bene ricordare che le ischemie non colpiscono tutti allo stesso modo e che dunque le avvisaglie, possono variare sensibilmente da paziente a paziente.

Le cause scatenanti dell’Ischemia Midollare

In poche parole, l’ischemia midollare è la conseguenza della restrizione o dell’ostruzione di un determinato vaso sanguigno. Questa problematica può presentarsi a seguito di diversi fattori, che in seguito, andremo ad elencare:

* Presenza di tumori;

* Una pressione muscolare particolarmente intensa che porta alla compressione dei vasi sanguigni;

* Cardiopatie ed arteriosclerosi;

* Processi in corso di infiammazione o degenerativi dell’organismo;

* Il fumo;

* Tromboembolie.

Inoltre, vale la pena ricordare che si registra una maggiore percentuale di ischemie midollari nei soggetti diabetici. Anche i soggetti epilettici vengono considerati normalmente più a rischio rispetto ad altri (tuttavia, non è un dato certo al 100%).

Il trattamento dell’Ischemia Midollare

Subito dopo un’ischemia, è molto importante che il paziente possa recuperare le funzioni vitali maggiori, ovvero quelle cardiocircolatorie e neurologiche, dopodiché, si passerà alla terapia motoria per recuperare l’utilizzo delle gambe. In linea di massima, la maggior parte dei pazienti riesce nuovamente a camminare. Ciononostante dopo la riabilitazione, il 50% dei soggetti lamentano di avvertire ancora dolore alle gambe, sebbene possano effettivamente svolgere una normale attività fisica. Se la sofferenza del paziente è acuta, si consiglia una terapia a base di anti dolorifici.